L’altra campana: intervista ESCLUSIVA a Fabian Ruiz di Natale Valtolina

Dopo Filippo Galli la redazione di CasaNapoli.net ha intervistato in ESCLUSIVA, in vista di Napoli-Bologna per la rubrica “l’altra campana”Fabian Natale Valtolina.

Valtolina viene ricordato prevalentemente per le esperienze in A con Piacenza, Venezia e Sampdoria. Proprio in maglia biancorossa segnò un goal di rovesciata alla Roma, rimasto negli annali della storia della Serie A. Con il Venezia ha disputato invece il numero maggiore di presenze. Il Bologna fu la società che lo ha lanciato nel mondo dei grandi.

Quando si dice Valtolina la prima immagine che viene in mente è quel goal in rovesciata contro la Roma. Cosa hai pensato in quel momento prima di colpire la palla in quel modo?

“Me l’hanno chiesto in tanti. Sinceramente ho pensato di fare goal perché non meritavamo la sconfitta. Avevamo lottato in quella partita. Eravamo 2-2 e abbiamo beccato la rete del 3-2 nel finale da Paulo Sergio, che fece anche lui un gran goal rientrando e mettendola a giro sul secondo palo. Noi meritavamo di portare a casa il punto e nell’ultima rocambolesca azione fu buttata la palla dentro. Sono andato sul taglio di Murgita che non l’ha spizzata ma l’ha alzata a campanile. Ho fatto un balzo con un movimento per andare contro la palla, con Stroppa che era solo e chiamava palla perché ero spalle alla porta. Mi ricordo questo perché poi venne ad abbracciarmi e dire che avevo fatto bene a non dargliela e che non mi rendevo conto del goal che avevo fatto. Sono gesti che vengono istintivi e naturali, quando hai coraggio e fai il goal della vita“.

Oltre a Piacenza, Venezia e Samp la tua prima grande squadra è stata il Bologna. Che bilancio fai della tua carriera in rossoblu?

“Bologna è stato un percorso di crescita perché avevo 23 anni e davanti giocatori formidabili, giovani bravi e calciatori più grandi che mi hanno dato quella crescita che mi ha consentito di portare la mia carriera avanti per tanti anni. Quando giochi a calcio agli inizi non hai sempre la certezza di riuscire a stare a certi livelli o in certe squadre per un sacco di tempo. Prima veramente bisognava guadagnarsi la fiducia delle persone, oltre che la categoria.

Sono arrivato a Bologna dopo ottimi anni fatti in C ed un anno in B. Seppur si parlava bene già di me era un percorso che bisognava fare. A Bologna ho vissuto un anno e mezzo fantastico perché dalla Serie C siamo arrivati in Serie A, anche se mi sono staccato nell’anno della C perché avevamo uno squadrone incredibile e c’erano giocatori a cui era difficilissimo portare via il posto. Infatti la società a metà stagione mi mandò a giocare in B. Ritornai l’anno dopo e facemmo la cavalcata dalla B alla A, ritagliandomi i miei spazi e prendendomi le mie soddisfazioni, contribuendo anche io alla causa. Soprattutto crescendo insieme a questi giocatori fantastici che c’erano, tra De Marchi e Morello la squadra era di livello. Ho solo ottimi ricordi.

Poi è una piazza in cui sono molto appassionati di calcio, ci tengono e fanno sentire la loro presenza. I tifosi sono sempre stati vicini e ricordo il calore e la passione che hanno. Questo ha contribuito a far si che vivessi un periodo molto bello. Sai, quando porti un nome importante non è facile ripartire dalla C con l’obbligo di vincere. Bisogna che tutti abbiano la testa giusta per fare la risalita”.

Come vedi i felsinei quest’anno? Che ruolo può giocare Sinisa Mihajlovic?

“Credo che si sia visto l’anno scorso. Il Bologna era quasi spacciato e dall’arrivo di Mihajlovic hanno fatto davvero un’impresa. Ha trasformato una squadra che era destinata a retrocedere fino a giocarsi tutte le partite contro chiunque. L’anno scorso sono riusciti ad ottenere un’ottima salvezza e quest’anno ho visto all’inizio alcune partite in cui la musica non è cambiata. E’ ovvio che i risultati ti danno quella determinazione in più per far dire che hai fatto bene o male, però ho visto delle loro partite anche quest’anno e mi sono piaciuti. Poi non sempre riesci a vincere e portare a casa quello che meriti.

Vedo una squadra che può fare molto bene perché l’allenatore è riuscito a dare la sua impronta, indipendentemente dalle sue vicissitudini. Non voglio parlare delle sue cose private perché c’è molta gente che non capisce. Al giorno d’oggi un allenatore ha molti collaboratori. Lui è stato presente nonostante le sue difficoltà in questo momento. La cosa più bella da vedere è che la società ha continuato e confermato un progetto partito con lui. Quindi questo fa onore al Bologna e ai suoi dirigenti. Questa cosa sicuramente ha dato una scossa a tutti i giocatori, perché va ricordato che il Bologna non ha l’obbligo di vincere il campionato ma di fare un campionato più tranquillo rispetto agli anni scorsi, che sono stati tribolati per mantenere la categoria.

Anche se reputo Bologna una delle 7-8 piazze che con pazienza, calma e costruzione arriverà sicuramente negli anni a giocarsi qualcosa di più. I tifosi anche lo sanno che ci vuole pazienza, calma e programmazione. Credo che la scelta di Mihajlovic l’anno scorso sia stata fatta con intelligenza e spero che continuino a programmare e fare le cose come giusto che sia”.

L’altra campana: l’analisi di Valtolina sul periodo del Napoli

“Il Napoli in questo momento è malato, nel senso che tutti si aspettavano di giocarsi lo scudetto con la Juve. Ma questo è il calcio, non è semplice riconfermare quanto hai fatto di buono l’anno prima pur avendo campioni di un certo calibro. Sono sicuro che le loro vicissitudini solo loro le conoscano. E’ una piazza che vede sfumare da troppi anni gli obiettivi che si sono prefissati.

Dico semplicemente che il ragionamento che una società deve fare è che, se per quattro anni di fila arrivi sempre seconda o terza, vuol dire che ti manca sempre qualcosa. Quando i tifosi vedono vendere un proprio beniamino che va nella squadra avversaria e dopo vince lo scudetto, è ovvio che viene il rammarico di aver perso un giocatore. Quando si vince uno scudetto a Napoli è come averne vinti 20 alla Juventus. E’ una piazza particolare. La passione che hanno è enorme, probabilmente anche le pressioni che hanno i giocatori. Dover vincere tutte le partite ogni settimana e doversi confermare a quei livelli non è semplice per nessuno. Purtroppo vedendo le rose di questo campionato e capisco che la Juventus è sempre quella che ha la rosa migliore. Credo che la differenza sia l’abitudine a vincere e i giocatori della Juve ce l’hanno. Quando inseriscono dei giocatori che magari non hanno vinto li fanno diventare vincenti e forse è quello che manca nelle altre piazze.

Sicuramente i giocatori hanno la voglia di ribaltare questa situazione. Basta sempre uno schiocco di dita per far tornare le cose come erano prima. Il Napoli ha pagato le vicende esterne ed interne. Ma quando si va in campo i giocatori devono dimenticarsi di tutto e vincere la partita. Quando indossi una maglia come quella del Napoli non lo fai per te stesso, la indossi sapendo che ci sono dei tifosi. L’impegno non può mai mancare, anche se è ovvio che la partita può andare bene o male. Credo che al Napoli basti una scintilla per tornare a gareggiare sulle loro qualità, che non sono quelle che dice la classifica in questo momento”.

Che ruolo ha il pallone nella vita di Valtolina oggi?

“Dedico il mio tempo e la mia esperienza ad allenare i ragazzi più giovani dell’Aldini di Milano. Quest’anno ho allenato prima i 2006 ed ora i 2005, che sono partiti non bene ed hanno una classifica non proprio bella. L’obiettivo è quello di salvare la categoria.

Dopo varie esperienze nei dilettanti ho deciso per vari motivi di allenare i più giovani. Ci sono delle regole che un allenatore non dovrebbe accettare, come quella dell’Under in campo, perché ha abbassato il livello del calcio.

L’Under in campo è antidemocratico per ogni allenatore. Quando alleni devi far giocare le persone che reputi stiano facendo meglio e che siano più brave di altre. Obbligare a far giocare un calciatore è una cosa che non ha senso. Di conseguenza non hai quei giocatori che vengono a portare la propria esperienza e fanno crescere i giovani. Perché comunque da sempre i ragazzi giovani, quelli bravi, l’allenatore li fa giocare. I giovani vanno accompagnati con altri che hanno esperienza e sanno stare in uno spogliatoio e consigliarli. In uno spogliatoio di calcio si vive e si convive. Il calcio è una scuola di vita, non solo uno sport per vincere le partite“.