Milano 7 aprile 2017 – Lewis Hamilton, 32 anni, alla quinta stagione con la Mercedes, è l’avversario di maggior talento secondo molti tifosi della Ferrari.

Ha vinto due titoli mondiali (nel 2014 e nel 2015) e anche in questa stagione – dopo il ritiro di Nico Rosberg – è considerato l’uomo da battere, anche dopo il secondo posto a Melbourne, alle spalle di Vettel.

GQ Italia, il maschile di Condé Nast diretto da Giuseppe De Bellis, lo ha incontrato a Milano per una lunga intervista e un servizio fotografico (firmato da Andrea Tenerani, con gli scatti di Van Mossevelde+N, su una Mercedes SE del 1968) per la copertina del numero di aprile in edicola da domani.

 

Il suo essere personaggio

«Sono cresciuto sentendomi ripetere che non ce l’avrei mai fatta. E da quel giorno, provare alle persone che si sbagliano mi dà gran gusto. È una delle energie che mi muovono. La vecchia generazione di piloti viveva così: sveglia, gara, cena, letto. Stop. L’unico modo per essere competitivi, dicevano, è quello lì. Ecco, mi vorrebbero quadrato, omologato. Per me, invece, andare alle sfilate di moda a Milano, una settimana prima dell’inizio della stagione, non è accettabile? Io ci vado. Uscire la sera che precede un Gran Prix? Lo faccio, e poi mi presento in pista e corro al meglio. Evadere dagli schemi, spostare i limiti, è il mio obiettiIl futuro

«Se il tuo obiettivo è diventare il più grande, la pressione da gestire è quasi inimmaginabile. C’è la competizione, feroce in sé. E poi ci sono i media, che nella sconfitta cercano di approfittarne e infieriscono. Nel cuore e nella mente è come se si liberasse l’energia di una bomba atomica, da assorbire in un mondo dove esiste solo il primo posto. Se arrivi secondo, hai perso».

Non tutti la vedono così.

«Cioè? Vuole dirmi che c’è davvero chi gareggia solo per un piazzamento? E l’energia per lottare ogni giorno, in quel caso, dove la si prende? Non capisco, mi pare un atteggiamento da idioti. La parola “lasciare” nel mio vocabolario non esiste, io non mollo mai, questo sia chiaro. A un certo punto della mia vita si tratterà piuttosto di evolvere, di andare oltre».

Per quanto tempo correrà ancora?

«Per tutto il tempo necessario a diventare il migliore di sempre, a essere The Greatest, come Muhammad Ali. Se saranno cinque anni, saranno cinque anni in cui migliorerò senza sosta. Alla naturalezza con cui guido voglio aggiungere nuovi strumenti. Ma adesso ho ancora strada da fare».

La Fede

«Riuscire a guidare come faccio io, in mezzo a venti piloti affamati, è un dono. È un regalo di Dio che non ho voluto sprecare: per me stesso, per la mia famiglia, in onore del destino. Sono cattolico, sono un uomo di fede e prego più volte al giorno: quando mi sveglio, quando vado a letto e prima di ogni pasto. Ho una relazione stretta con Dio, lo ringrazio, chiedo aiuto per gli amici in difficoltà. E domando appoggio per me stesso quando lo stress diventa troppo forte».

I cani

Dorme davvero insieme ai suoi cani, Roscoe e Coco?

«Certo».

E come diavolo fa, con il respiro affannoso che hanno tutti i bulldog?

«Dipende. Certe notti russano meno. Altre, metto i tappi nelle orecchie. I miei cani sono come gli esseri umani: se Roscoe dorme sulla schiena respira bene. Se si addormenta di lato, è un disastro».

E se c’è una ragazza?

«Lui s’adatta anche sul pavimento. Coco invece sta fra le lenzuola, è la principessa del mio letto».